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Mutui: ora riparte anche l’erogato

Mutui: ora riparte anche l’erogato

28 gennaio 2015 in Blog

Gli ultimi tre mesi del 2014 hanno segnato un’inversione di rotta sul mercato dei mutui
  
La situazione era a forte rischio di cortocircuito dal luglio del 2013, quando la domanda di credito per l’acquisto della casa è tornata a crescere, a fronte di banche non ancora disposte a concedere liquidità. 
  
A fissare la curva dei prestiti per la casa è una ricerca dell’Ufficio studi Tecnocasa, che ha messo a confronto erogato e domanda dal 2008 al 2014. 
  
Lo scorso anno ha fatto segnare un cambio di passo – con le prime avvisaglie già a novembre – con un ritorno in area positiva (dopo 7 anni consecutivi a segno meno) sia alla voce erogato (+10%) sia alla voce domanda (+12%) (si veda anche tabella in allegato). 
  
Sul bilancio del settore pesano sempre e molto le surroghe e le sostituzioni
  
Ma accanto, sempre per quanto riguarda il 2014, va dato il giusto peso ad un paio di indicatori: i tassi di riferimento sono scesi ai minimi storici – si legge nel dossier – si sono ridotti gli spread sui prodotti destinati all’acquisto dell’abitazione principale, la domanda di mutui è aumentata costantemente. 
  
L’offerta bancaria è migliorata, sia come prodotti e approccio alla clientela, ma la qualità del portafoglio resta un fattore determinante per le scelte di erogazione, così come la qualità del debito. 
  
Mutui sì, dunque, ma con molta prudenza. 
  
Non a caso il mercato residenziale, che resta comunque in cattive acque, ha chiuso l’anno con un bottino di compravendite meno risicato del solito: il 2013 si è fermato a quota 410mila case transate, mentre le stime sul 2014 segnalano un mini rimbalzo tra le 415-420mila unità residenziali scambiate. 
  
Se facciamo un passo indietro all’anno precedente – il 2013 – da registrare invece i volumi delle erogazioni di mutui in ribasso. 
  
E’ insomma ancora crisi, anche se il calo inizia a rallentare la sua corsa, soprattutto nella seconda metà dell’anno. 
  
La Bce avvia una serie di manovre di riduzione dei tassi e si riduce il differenziale tra Btp e Bund. 
  
La fiducia dei consumatori comincia a dare qualche segnale di ripresa: la domanda di mutui in discesa dal 2010, torna a salire. 
  
Prima di allora, tre anni orribili per il credito destinato all’acquisto della casa hanno segnato il mercato. 
Nel 2012 proseguono le tensioni sia sulla domanda che sull’offerta di credito. 
  
I bassi tassi di riferimento sono in parte neutralizzati da prodotti più costosi. 
  
Viene così meno l’interesse su sostituzione e surroga: si assiste anzi all’uscita dal mercato di alcuni player bancari che fino ad allora avevano offerto prodotti di mutuo. 
  
Le tensioni sul mercato del lavoro, nelle sue componenti di occupazione e reddito, rallentano drammaticamente anche la domanda. 
  
Gli italiani in questa fase non si informano neanche sulle possibilità di mutuo. 
  
Verso la metà dell’anno precedente – siamo nel 2011 – si innescano le prime tensioni sul debito sovrano di alcuni Paesi dell’area Euro, tra cui l’Italia. 
  
Si impenna il differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi che comporta un innalzamento dei costi di approvvigionamento degli istituti italiani. 
  
Rincarano i prodotti di mutuo: è qui che parte la crisi da cui stiamo uscendo solo oggi. 
  
Nel 2010 invece l’incremento della domanda registrata l’anno precedente influisce positivamente sui volumi erogati. 
  
Le banche, esaurita l’onda lunga dei mutui subrpime, tornano a registrare interesse per il prodotto mutuo. 
  
Il 2010 segna decisamente il miglior anno per il settore degli ultimi cinque. 
  
Nel 2009 continua l’attenzione nelle politiche di credito da parte degli istituti che incidono negativamente sui volumi di mutui erogati. 
  
L’accesso al credito si restringe a favore dei cittadini Italiani. 
  
Il sentiment dei consumatori è (ancora) in una fase positiva, i dati macroeconomici sembrano trasmettere fiducia: assistiamo ad un rimbalzo della richiesta di finanziamento. 
  
Nel 2008 – ultimo anno preso in analisi – le erogazioni diminuiscono per il secondo anno consecutivo, influenzate dall’attenzione alle politiche del credito degli istituti che registrano un aumento delle sofferenze sui mutui erogati negli anni precedenti. 
  
La domanda di credito cala, ma in maniera moderata, il mercato resta ancora influenzato dal fenomeno “subprime”. 
  

Mutui: le banche offrono spread ridotti fino a febbraio 2015

Mutui: le banche offrono spread ridotti fino a febbraio 2015

5 gennaio 2015 in Blog

Con l’approssimarsi del 2015 le banche vanno a caccia di surroghe. 
  
Gli istituti di credito non hanno infatti semplicemente ricominciato a erogare mutui, ma cercano di attrarre nuovi clienti con formule innovative e tassi convenienti. 
  
Intesa San Paolo, ad esempio, propone fino al 31 gennaio 2015 un mutuo con mini-spread dell’1,85% destinato a giovani e famiglie che desiderino acquistare la prima casa o ristrutturare un immobile. 
  
Per Luciano Ambrosone, responsabile del servizio retail di Intesa San Paolo, questo “è un momento favorevole per sottoscrivere un mutuo”, grazie ai bassissimi tassi di interesse praticati ed al calo dei prezzi delle abitazioni, pari in media al 15%”. 
  
E infatti anche altri istituti, come Deutche Bank e Banca Credem, propongono tassi simili a Intesa San Paolo. La banca tedesca offre mutui con importo minimo richiedibile di 50 mila euro e uno spread dell’1,89% (Euribor a 3 mesi), per l’acquisto della prima o della seconda casa. L’importo massimo erogato non può superare il 60% del valore dell’immobile. Deutche Bank include nella promozione anche l’assicurazione incendio e scoppio, che quindi sarà gratuita per tutti i clienti. Con Banca Credem lo spread torna a 1,85% per i mutui di 20 anni con un importo massimo finanziabile fino al 50%, ma in più permette di non pagare alcun interesse per i primi sei mesi. 
  
Fino al 28 febbraio 2015, Unicredit offre uno spread addirittura all’ 1,75% per un mutuo a tasso variabile Euribor 3m, che può essere richiesto se l’importo non è superiore al 50% del valore della casa da acquistare. 

5 agosto 2007-5 agosto 2014: chi è sopravvissuto alla tempesta?

5 agosto 2007-5 agosto 2014: chi è sopravvissuto alla tempesta?

5 agosto 2014 in Blog

Cade in questi giorni il settimo anniversario dell’inizio della crisi, la cosiddetta crisi dei “mutui subprime”, che doveva avere conseguenze devastanti per quasi un decennio, e per cui ancora il mondo – o parte di quel mondo che non è stato in grado di rimettersi in piedi – si sta leccando le ferite. Era il 9 agosto 2007, e il battito d’ala di farfalla che doveva far cominciare lo tsunami avvenne quasi in sordina, ma fu tanto eloquente che da quel giorno si fa risalire l’inizio dell’incubo.
 
Bnp Paribas, di colpo, congela tre fondi che investono in Asset Backed Securities americane, ovvero in obbligazioni garantite da mutui ipotecari Usa ad elevato rischio di insolvenza, e perciò più redditizi. Strumenti rimpacchettati con un nuovo nome e dati a garanzia di fondi, confusi tra gli altri per non attirare troppa attenzione sulla loro rischiosità.
 
Ma quando in America ci si rende conto che l’insolvenza dei mutui mette a repentaglio il mercato immobiliare, i prezzi delle case colano a picco, e con essi anche le quotazioni degli strumenti Abs e di coloro che vi investono. Interviene la Fed per mettere una pezza ad un sistema che rischia già subito di collassare. Ma il crollo è solo questione di tempo.
 
Il profondo calo di Bnp Paribas in Borsa, quel giorno di sette anni fa, è nulla infatti in confronto a quello che doveva succedere esattamente un anno dopo, mentre noi ignari ci godevamo il sole in vacanza. Una dopo l’altra le principali banche d’investimento americane cadono come tessere di un domino, trascinate dalle insolvenze dei mutui subprime e dai loro effetti devastanti sugli strumenti derivati distribuiti a piene mani a tutti gli investitori.
 
Nel 2008 crolla Aig, sfiorano il collasso Bear Sterns, Merrill Lynch, Morgan Stanley, poi salvate dal governo, e da ultima, in settembre, Lehman Brothers, per la quale nessuno potrà fare nulla. E allora tutti gli altarini della finanza creativa si scoprono: ovunque spuntano strumenti derivati nei quali hanno investito tutti, dai privati agli imprenditori agli investitori istituzionali.
 
L’onda lunga del debito tocca tutti: le imprese falliscono, gli aiuti di Stato non arrivano sempre a tamponare l’esigenza di rifinanziamento degli Stati, non più possibile perché da qualche parte il sistema è inciampato su un mattone.
 
La crisi varca l’oceano, e colpisce per prima la Grecia, dal debito sovrano debole e quindi subito vulnerabile. A turno si blocca la crescita dei Paesi periferici europei: Irlanda, Portogallo, Italia. L’euro viene messo in discussione, come il sistema europeo nel suo complesso, con uno zoccolo duro – quello tedesco – che continua a reggersi in sella nonostante tutto, e a cui tutti continuano a guardare per misurare il proprio differenziale di costo di rifinanziamento del debito statale. Lo spread.
 
L’Europa si alza così in difesa della finanza “buona”: emette regolamenti su regolamenti per garantire la trasparenza degli strumenti finanziari, ma nel contempo impone obblighi e doveri che ciascuno Stato deve rispettare se non vuole lasciarsi travolgere dalla crisi.
 
Il vincolo debito/pil al 3% diventa di fondamentale importanza, eppure chi non lo rispetta sembra cavarsela decisamente meglio, puntando alla crescita invece che all’austerity fiscale.
 
L’Italia intende rispettare gli impegni europei: risultato, Paese in recessione e mercato dell’edilizia fermoVa meglio in Spagna, dove i limiti europei sono vissuti con molta più leggerezza.
 
Non solo: va meglio anche in America. Se riattraversiamo per un attimo l’oceano, nel 2014, a sette anni da quel battito d’ali che doveva scatenare la tempesta dei subprime, vediamo che gli Stati Uniti hanno riparato con sorprendente rapidità la falla nel proprio sistema immobiliare e creditizio, che si reggeva nel concedere indiscriminatamente mutui residenziali anche in presenza di elevati rischi di insolvenza.
 
Oggi il mercato immobiliare americano è tra i più solidi, per il semplice fatto che, dopo la crisi, le norme federali si sono fatte più prudenti: ai mutuatari americani viene chiesto di contribuire almeno per il 25% del valore del finanziamento, agli stranieri per il 40/50%, e la richiesta di credenziali da parte delle banche è diventata molto stringente. La quasi totalità delle compravendite avviene comunque in contanti, il che in assenza di leva finanziaria rende il mercato sano.
 
La tempesta, dunque, là dove è nata si avvia alla quiete, anche se le onde provocate sull’altra sponda dell’Atlantico, sulle rive del Mediterraneo, sono ancora lontane dall’essersi calmate del tutto.

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